ANTONIO BARBAROSSA
1 – PROFILO
Antonio Barbarossa è un noto alpinista e speleologo legato alla Società Alpina delle Giulie (SAG) di Trieste e al GARS. Inoltre è un atleta che ha praticato con successo sci nordico e mountain bike sia cross country sia downhill.
“il suo nome compare regolarmente nei registri storici e nelle documentazioni ufficiali della Scuola Nazionale di Speleologia della CGEB per il suo contributo alle esplorazioni e alle attività del gruppo triestino. Il suo nome è formalmente inserito nell’archivio storico.”
Negli anni dal 1967 in poi iniziò a praticare sia escursionismo sia speleologia.
Grazie alla conoscenza del fortissimo alpinista Dario Marini iniziò a frequentare le Alpi Giulie sia in Italia sia in Slovenia ( a quei tempi Jugoslavia), le Alpi Carniche e le Dolomiti. Si formò un gruppo di amici inseparabili che ogni domenica effettuavano un’uscita in montagna. Ricordiamo Luciano Filipas,Eligio Rubino, Giuseppe Vico, Renato del Rosso, Robinia Occini.
2 – SPELEOLOGIA
L’incontro con Roberto Borghesi noto Speleologo ed Alpinista triestino segnò l’inizio di una collaborazione durata decenni e ricca di grandi risultati. Roberto Borghesi persona molto preparata fisicamente è stato anche un precursore della speleologia: sue le scalette artigianali per scendere in grotta sua la parabola per le lampade a carburo. I due effettuarano centinaia di discese nelle grotte carsiche prevalentemente nel carso italiano, in Friuli ( Noglar e La Val) ed in veneto (Bus della Rana).
La combinazione delle due esperienze e la particolare forma fisica di Antonio Barbarossa determinarono la sua convocazione da parte della Commissione Grotte Eugenio Boegan alla spedizione all’abisso Gortani nell’estate 1970. Barbarossa partì da Trieste in moto con lo zaino in spalla e, posteggiata la moto a Sella Nevea, portò, insieme ai compagni di spedizione il materiale dal rifugio Gilberti all’ingresso della grotta. Non essendo riusciti a portare tutto il materiale si offrì di fare un secondo giro. La spedizione fu fatta da 7 persone e durò 11 giorni. Portarono le attrezzature giù per i pozzi e lungo i meandri fino al campo base; portarono anche una linea telefonica per restare in contatto con l’esterno anche in caso di incidenti o allagamenti dovuti al maltempo. La discesa fu molto impegnativa anche perchè avvenne nello stesso giorno del trasporto dei materiali; così per lunghissime ore gli speleologi scesero pozzi anche di cento metri e si arrampicarono lungo meandri di centinaia di metri senza legarsi per sicurezza e trasportando pesantissimi sacchi di materiale. In certi momenti si perdeva completamente il senso del tempo e la stanchezza cominciava a farsi sentire: nelle interminabili attese durante la discesa degli altri componenti ci si autopizzicava per verificare se si era ancora svegli od era un sogno. Senza mai fermarsi raggiunsero il campo base e montarono le amache per un meritato riposo.
I giorni successivi servirono a proseguire la discesa e ad esplorare zone nuove; passarono giorni e fu raggiunta la massima profondità (-920 metri) iniziando ad esplorare per cercare nuove gallerie più in alto. Una notizia sconvolse i membri della spedizione. Uno dei componenti Mario Gherbaz (Marietto) si era fatto male ed era urgente uscire e portarlo in salvo. Abbandonarono parte del cibo al campo base e cominciarono la risalita con il ferito. Restarono senza cibo e furono costretti a mangiare gli avanzi del cibo consumato durante la discesa. Alla fine proprio Barbarossa guadagnò l’uscita filmato da una troupe della Rai e con un sole splendido che accecava dopo 11 giorni di buio completo. Uscirono tutti ed anche Mario che fu elitrasportato in ospedale.
“I compiti della spedizione estiva guidata da Mario Privileggi furono essenzialmente due:
Il recupero dei materiali: Quintali di attrezzature (filiere di scalette metalliche, corde e sacchi) erano rimasti abbandonati lungo i pozzi e nei campi interni durante le caotiche e drammatiche fasi di uscita e soccorso del 5 gennaio.
La prosecuzione delle ricerche: Nonostante il gravissimo lutto (o forse proprio per onorare la memoria di Vianello, Davanzo e Picciola), il gruppo volle riprendere i rilievi scientifici e le esplorazioni interrotte.
Le Difficoltà Tecniche del Recupero
Disarmare la grotta dal basso verso l’alto richiese uno sforzo titanico:
Il peso raddoppiato: Le corde di nylon e le scalette erano rimaste per mesi immerse nell’umidità e nel fango della grotta, assorbendo acqua e diventando incredibilmente pesanti da issare.
Le strettoie e i meandri: Trasportare decine di sacchi stracolmi di materiale ferroso attraverso i passaggi angusti del Gortani mise a dura prova la resistenza fisica dei partecipanti.”






3 - ALPINISMO
- Prima ripetizione in giornata: Ha compiuto con Roberto Borghesi la prima ripetizione mondiale in giornata della Via dei Francesi sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo.
- Nuove vie aperte: Ha tracciato almeno 7 nuove vie tra Alpi Giulie e Dolomiti. Tra le più note si ricordano:
- Angolo di Riobianco (parete sud): Nuova via aperta nel 1976 insieme a Luciano Cergol.
- Cima Verde del Montasio: Via nuova da Nord-Ovest alla cresta Berdo (1977), insieme a Roberto Borghesi.
- Spigolo del Rifugio Sorgenti del Piave: Aperta nel 1979 sempre con Luciano Cergol.
- Parete Sud-Est (Riobianco): Nuova linea tracciata nel 1979 con Roberto Borghesi.
- Varianti e ripetizioni: Nel 1977 ha aperto una variante d’uscita sulla celebre Via Horn allo Jôf di Montasio insieme a Sergio Invernizzi.
- Difficoltà: IV e V grado UIAA, con un passo di V+.
- Sviluppo: Circa 250 metri.
- Caratteristiche: La via attacca la porzione destra della strapiombante parete sud. Supera fessure verticali e piccoli strapiombi con un’arrampicata elegante e fisica. Gode di ottima roccia tipica della conca di Riobianco. [1]
- Difficoltà: V grado continuo.
- Sviluppo: Circa 400 metri.
- Caratteristiche: Una linea logica che sale alla cresta Berdo superando una successione di diedri e placche. L’itinerario richiede ottime capacità di orientamento e l’uso di protezioni veloci, data la scarsissima chiodatura originale.
La via ha uno sviluppo di 500 metri con pendenze cha vanno dal vericale allo strapiombo estremo (i tetti centrali sporgomo in fuori per svariati metri). Le difficoltà classiche sono stiamate fino al VI+ e A3 in artificiale.
Lo zoccolo basale impegna tre tiri di corda con traversata che preclude ogni possibilità di ritorno in corda doppia.
I tiri successivi si svolgono nel vuoto assoluto con soste appesi ai chiodi (peraltro precari) fino al grande tetto orizzontale che si supera con grande impegno fisico e psicologico. Uscita dal tetto salendo un diedro giallo fortemente aggettante fino ad un terrazzino più comodo. E qui cominciò a piovere.
La parte superiore non strapiomba ma è molto impegnativa soprattutto sotto la pioggia.
La discesa ( alla luce delle lampade frontali) comporta passaggi di III grado e corde doppie di 20 metri ciascuna fino al camino tra la Cima Ovest e la Cima Grande con arrivo alla forcella della Grande e poi per sentiero.
- Difficoltà: IV+ con passi di V.
- Sviluppo: Circa 200 metri.
- Caratteristiche: Una via piacevole e più accessibile rispetto ai severi colossi delle Giulie, tracciata su uno spigolo aereo e panoramico proprio sopra il rifugio.
- Antonio Barbarossa e Luciano Cergol
- Marco Corrado e Lucio Piemontese
- L’ambiente: Il canalone Nord della Forca di Vandul diventa un imbuto gelido e d’ambiente spettrale, incassato tra pareti ciclopiche.
- La salita: Tracciare una linea diretta risalendo l’ombroso canalone Nord a inizio primavera (aprile) ha richiesto una notevole padronanza nell’alpinismo classico ed esplorativo, affrontando pendenze severe e un terreno misto di roccia e neve tipico dei canali incassati giuliani.
- VIA DI DOGNA
- La relazione intitolata “Un’antica via delle Alpi Giulie: La Semide dei Agnei” è uno storico articolo scritto da Antonio Barbarossa e pubblicato sulla rivista Alpi Giulie (anno 70, n. 2 – 1976) della Società Alpina delle Giulie. Il testo descrive la riscoperta di un leggendario e selvaggio percorso di cenge pastorali situato nel gruppo del Montasio, in Friuli.
- Che cos’è: Un’antichissima via di transumanza prealpinistica. Sfrutta un sistema di cenge esposte e aree erbose sotto le pareti dello Jôf di Miezegnot (Jof di Miezdi) e dello Jovet Blanc.
- L’utilizzo originario: Permetteva ai pastori della Val Dogna di condurre le greggi (agnei, agnelli) ai ripidissimi pascoli del versante meridionale del Plan della Ciavile e della Forca della Puartate.
- Il recupero: Già dimenticato a inizio ’00, i primi cenni storici vennero raccolti negli anni ’30 da Vladimiro Dougan. La relazione di Antonio Barbarossa del 1976 ne ha formalizzato la riscoperta escursionistica moderna.
- In una salita in solitaria Barbarossa impiegò poco più di 3 ore per salire i 1900 metri di dislivello con difficoltà di II e III grado ed un passaggio di IV.
4 - SOCCORSO ALPINO
- Pianificare la logistica degli interventi di soccorso in tempo reale.
- Gestire i flussi di comunicazione con la centrale operativa del 118 regionale.
- Supervisionare il dispiegamento delle squadre territoriali tra Carso, Val Rosandra e le aree alpine limitrofe.
5 - SCI NORDICO
- La Squadra: Ha conquistato la vittoria gareggiando in coppia con il compagno di squadra Pio Carbogno, entrambi alfieri dello Sci Club 70 di Trieste.
- Il Percorso: La competizione si è sviluppata su un tracciato di 20 km. La partenza era fissata a Camporosso, toccava la piana di Valbruna, raggiungeva Tarvisio e faceva infine ritorno al punto di partenza.
- La Concorrenza: Barbarossa e Carbogno hanno trionfato in un parterre di 85 atleti provenienti dagli sci club di tutta la regione.
6 - MOUNTAIN BIKE
- La vittoria del pioniere: La sfida assoluta fu vinta proprio dai ciclisti e, nello specifico, da Antonio Barbarossa.
- Un tempo incredibile: Barbarossa, descritto nelle cronache storiche come un pregiato alpinista, disintegrò i pronostici dei podisti chiudendo i 53 km di sassi e boscaglia nell’incredibile tempo di 4 ore e 37 minuti. Un tempo strabiliante se si contestualizza la totale assenza di tecnologia ammortizzante sui mezzi dell’epoca.
- La lettura del terreno: Provenendo dall’alpinismo e frequentando le pareti della Val Rosandra e del Carso, questi pionieri avevano una coordinazione e una confidenza con la roccia calcarea fuori dal comune. Sapevano dove far galleggiare la ruota e dove la pietra avrebbe tenuto o tradito.
- Resistenza allo spartano: Non esistevano i gel energetici, l’abbigliamento tecnico moderno o i freni a disco. C’erano solo i passaggi di bocca in bocca tra amici per posizionare qualche macchina nei rari punti in cui le carrarecce incrociavano l’Alta Via, così da farsi passare un tè caldo.
Gli anni che vanno dal 1990 al 2000 furono dedicati ad allenamnti specifici per le gare di DOWNHILL nelle quali Barbarossa era il più forte a Trieste, ed alle gare stesse in giro per l’Italia, Slovenia, Croazia, Austria. Aveva un preparatore che seguiva sia la preparazione fisica sia l’alimentazione. Olre alla discesa Barbarossa primeggiva anche in Cross Country come documentato dai numerosi titoli di Campionr Regionale nella specialità.
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